martedì 30 luglio 2013

A rivederci. Con dedica: La distanza necessaria













Ricordo alla perfezione il suo volto, i suoi occhi sempre bordati di rosso ,  l’odore che gli  usciva dalla bocca quando mi parlava, che non era cattivo, ma netto, specifico, di cosa però  non saprei dire.  Ci incontrammo in una circostanza particolarmente  sfortunata; nella sala d’attesa esterna al  reparto di rianimazione, all’interno del quale mio padre stava lentamente svolgendo le ultime pratiche prima di lasciarmi, e dove sua moglie invece, mi disse, stava lottando con tutte le sue forze a seguito di un incidente. Non pronunciò mai la parola “morte”  non disse “lottando tra la vita e la morte”  come magari avrei fatto banalmente  io.
    In quei posti, a pochi metri di distanza dall’autentico dolore si fa in fretta a cercare del calore tra esseri umani .  Serve a tutti  sapere che c’è qualcun altro che  ha a cuore le nostre sofferenze  in quei casi,  qualcuno che si farà carico di trasportare un pezzetto del nostro fardello. Credo sia a questo che serva la religione a farci credere che ci sarà chi avrà pietà di noi, perché da soli non ce la si può fare. Ma questo non è quello che volevo raccontare,  sto uscendo dal seminato…
    In quei pochi giorni che condividemmo aggrappati  ognuno alla propria speranza ebbe modo di parlarmi di Eva. Così si chiamava sua moglie, del loro bambino che avrebbe compiuto di li a poco 7 anni, delle vacanze appena trascorse su quella meravigliosa spiaggia della Sardegna, in quell’albergo  economico di cui mi diede perfino il numero. Della casa in collina  che i nonni di lei, volendo , gli lasciavano sempre libera, e dell’orribile carta da parati rosa che Eva aveva assolutamente preteso gli si mettesse in camera, cosi che adesso ogni volta che facevano l’amore a lui veniva da ridere, e lei non capiva perché.
    Non c’era dubbio in fondo a quegli occhi, non c’era esitazione nella voce, la sua speranza non ci andava neanche vicina ad assomigliare alla speranza , era  ferma e risoluta certezza quella che gli usciva fuori insieme alle parole , ma che date le circostanze io mi ostinavo a considerare speranza.
 Avrebbero continuato a tappezzare  di rosa la casa mi disse poi una mattina;Tutta, da cima a fondo,  lui e lei.  E solo li , in fondo a quelle parole io incontrai una crepa, una breccia nell’argine delle sue certezze . Si smascherò candido candido, senza neanche accorgersene , la vita l’aveva raggiunto e superato.
    Eva morì due giorni più tardi, ma io continuavo a incontrarlo nei corridoi dell’ospedale anche trascorsi diversi  giorni dalla morte della moglie . Giravo un angolo ed eccolo in fondo che infilava i soldi nella macchinetta del caffè. Prendevo l’ascensore per salire al reparto del babbo ed eccolo che invece lui  usciva, con gli stessi occhi bordati di rosso e lo sguardo ostinatamente fiero.  Anche l’ultimo giorno, quando poi morì mio padre, ricordo di averlo incontrato.
   Io uscivo, avevo finito, invece lui entrava . Passo fermo, sicuro. Un espressione che esprimeva una profonda convinzione, e una luce negli occhi che non scorderò mai. Una luce che nessuna morte avrebbe mai potuto offuscare ; brillavano d’amore quegli occhi, e avrebbero brillato per sempre, era chiaro. Perché Eva non era morta, si era solo  spostata nei gesti e in certe esclamazioni del figlio, nella carta da parati rosa della camera da letto, su quella meravigliosa spiaggia della Sardegna , nella casetta in campagna dei nonni. E avrebbe vissuto per sempre, nella luce dei suoi occhi.

mercoledì 24 luglio 2013

I giochi, l'amore e i sogni turchesi








Se dovessi parlare dell’estate non parlerei certo del sole, della sabbia o del mare; Parlerei invece del legno.

Legno con il quale era costruita la struttura di cabine del bagno dove andavamo quando ero ancora un bambino e avevo il dono di non capire le cose della vita.

Legno con il quale suppongo fossero costruite anche le altre strutture della costa , ma soltanto quello per me aveva quel sapore particolare: Sapeva di mamma di sorelle e d’allegria.

Andare a trovare un amico, pochi bagni più in la, era come avventurarmi tutto intero tra le pagine di un diario che non era il mio, intraprendere un viaggio misterioso e lunghissimo. Altre mamme, altre sorelle, altro cielo, altra vita.

A distanza di tanti anni sento ancora l’eco delle mie corse su quelle assi, lo scricchiolio del legno che cedeva al passaggio, il calore rassicurante sotto i piedi, l’odore della vernice verde usata per colorarle.

Quando ci torno con la mia famiglia adesso arriviamo con i costumi già indosso. Non c’è più il rito della cabina, la mamma che domanda che diavolo stai combinando lì dentro, l’odore dei canotti sempre sgonfi e delle pinne mai usate.

Io però, quando nessuno mi vede, me la concedo sempre una camminatina su quel legno che sembra riconoscermi subito, e arrivo proprio in fondo, dove tenevano il tavolo sotto lo specchio , a vedere se per caso è arrivata la ragazzina che mi diede appuntamento un pomeriggio di tanti,  tanti anni fa.

martedì 16 luglio 2013

In fondo ai viali immacolati







C'era tutta la magia di un racconto ancora da scrivere
quando mio padre, incontrando i miei, si stropicciava
gli occhi stanchi, provati dal duro lavoro e infine sorrideva,
con quel suo volto interminabile, che non sapevi mai cosa volesse
dire l'espressione che aveva appena messo su.

C'era sempre un'incombenza di notte in quella luce strana,
una sorta di vagabondaggio dell'animo che si sforzava a ogni costo di
apparire naturale in mezzo a tanta gente e tanto sole
ma che (si sapeva)  non vedeva l'ora arrivasse il buio per
poter nuovamente scomparire.

E la sera arrivava sempre a chiudere le imposte sul babbo
e i suoi occhi stanchi, come un'eclissi di felicità.

Senza terra sotto i piedi, naufrago dell'esistenza
mi chiudevo allora nell'universo della mia cameretta la sera
a passeggiare su quell'infinito lungomare di addii 
cercando tra le onde un sorriso, una carezza, qualsiasi cosa
gli fosse caduta dagli occhi, durante quella lunga agonia di persone.

C'è luce in fondo ai viali immacolati.