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domenica 30 giugno 2013

Lapo e Sandrino






<<Hanno detto domani?>>
<<No! No! Stanotte. Succede stanotte. Ssst, parla piano>>
<<A che ora?>>
<<E come faccio a sapere a che ora scusa?>>
<<ah>> nel buio, la faccia di Sandrino si fece  pensierosa
<<Ma non pensi mai tu prima di parlare? Ti senti esensato, eh?>>aggiunse seccato il fratello maggiore.
<<Comunque...>> proseguì <<Io l'ho già vista>>
<<DAVVERO? E com'è, com'è?>>
<<Ssst, cavolo!  Abbassa la voce. E' tutta bianca, e ricopre tutto. Ma proprio tutto eh! E poi... >>
Lapo fece una lunga pausa a effetto, Sandrino nel buio  trattenne il respiro.
<<E poi chiudono le scuole!>> Bisbigliò con forza al fratello minore per creare un effetto sorpresa.

Sandrino  impiegò un paio di secondi buoni prima di  comprendere il significato della strabiliante notizia<<E VAI!>> urlò con la sua voce disgraziata, desiderando di alzarsi e mettersi a ballare sul letto

<<SILENZIO VOI DUE!>> urlò la  mamma

<<Ecco hai visto? >> disse piano Lapo al fratello più piccolo.
Nella cameretta calò allora un profondo silenzio.
<<Alle due?>> chiese  Sandrino poco dopo
<<Ah, ma allora sei davvero scemo come dice la mamma! Non si sa a che ora!La neve viene a che
ora vuole ! Non è come la campanella della scuola, ok?Dormi ora>>di nuovo silenzio.

<<Io credo che la sognerò>> disse allora Sandrino nel buio scosso da un'elettricità strana. Gli occhi non potevano vedere niente ma la mente invece si era già messa in moto e aveva iniziato a ricreare una di quelle
situazioni stupende e piene di colori che finivano sempre per farlo sorridere. L'altalena dei giardini era li adesso  proprio davanti ai suoi occhi, solitaria e ammiccante. Quella scortecciata però, quella alla quale mancava un pezzo. La preferiva all'altra, e se erano tutte e due libere lui sceglieva sempre quella alla quale mancava il pezzo di legno sulla seduta. A volte c'era da lottare per scacciare gli altri bambini, ma alla fine vinceva sempre lui, quella era la sua altalena.

Le gambine arrancavano nell'aria cercando di creare una specie di spinta ma tutto
quello che riusciva a fare era di muoversi appena lateralmente, mentre gli altri bambini, spinti dai genitori
arrivavano a vedere il mondo da una prospettiva che lui poteva soltanto immaginare, e immaginandola si
ritrovava nuovamente a sorridere, senza neanche averci pensato, e il fratello allora s'arrabbiava.

<<Ma se non l'hai mai vista. Che sogni?>> disse Lapo con
la voce impastata dal sonno.
<<E' bianca vero?>> chiese Sandrino
<<Si... proprio bianca>>
<<E fredda! E' anche fredda  vero?>>
<<Si...>> rispose il fratello maggiore con voce stanca <<si, proprio fredda. Dormi ora, dai.>>
<<ok. Spetta... >> Sandrino sgattaiolò fuori dal letto
dirigendosi alla finestra <<ancora niente>> disse piano rivolto al fratello
<<E' presto Sandro. Viene stanotte >>
<<Ah, ok. Credevo fosse già notte, è tutto buio>> rispose Sandrino mentre a passettini
veloci faceva ritorno verso il letto.

Di nuovo l'altalena, le catene fredde e grigie. La seduta,
tre assi di legno scortecciate, la terza mancava di un bel pezzo.
La spesa. La mamma che andava a fare la spesa, lo lasciava
davanti all'ingresso del giardino. "Vai a giocare, devo fare la spesa" diceva aprendogli
la portiera per farlo scendere.
Sembrava un po' strano,tutti gli altri bambini erano insieme ai genitori, ma le loro mamme non
dovevano fare la spesa come la sua.
<<Lapo?>>
<<Uff, che c'é>>
<<davvero la mamma dice che sono scemo?>>

Il padre era stato chiaro parlandogli della condizione del fratello. <<Guarda che a dieci anni
arrivano a ragionare a malapena come un bambino di quattro>> gli aveva detto <<vacci piano, ok?>>
Ma Lapo  che ce l'aveva in camera ogni santo giorno e lo sentiva ragionare
in continuazione aveva ben chiara un'altra verità. Suo fratello  non era per niente
scemo, sembrava si rendesse conto di tutto, ed era estremamente sospettoso per giunta.
Non poteva allontanarsi di un passo insieme ai suoi amici, provarci con qualche ragazza  che eccolo lì, a sorridere, magari seminascosto dietro un albero, magari a dondolarsi stupidamente su quell'altalena del cazzo, con quell'espressione allegra e triste insieme, Sandrino c'era sempre;
Monito invalicabile , ostacolo insormontabile per i suoi ormoni lanciati a folle velocità sulla ripida discesa
dell'adolescenza. Impossibile da fregare, con quel sorriso beffardo e soddisfatto Sandrino era il muro sul quale ormai senza freni si sfracellavano i suoi bollori di quindicenne!

Ma poi... quando te lo ritrovavi la notte, in camera al buio,  e cominciava con quei discorsi strani
che sembrava si rendesse conto, si insomma, si rendesse conto di essere diverso ecco, non potevi
fare a meno di sentirti uno stronzo. Come quando l'altra sera se n'era uscito con quella voce strana e
sfortunata  <<Ti voglio bene>> gli aveva detto  appena spenta la luce, e Lapo era rimasto
al buio, con gli occhi che iniziavano a bruciare e il cuore  che gli batteva forte pensando alla mamma che buttava il fratellino fuori dall'auto di fronte all'ingresso del giardino,  e al padre, lavoratore da sedici ore al giorno  "forzato"  per scelta.

<<No che non lo dice Sandrino. Dormi ora, 'notte. >> rispose immaginando
la faccia del fratellino, che piano piano, cullata da chissà quale altalena fantastica,
sorridente s'addormentava.

venerdì 21 giugno 2013

Un incommensurabile necessità di esistere.








Se ne vanno via, mano nella mano amore nell'amore.
Non li conosco ma sono gli stessi da sempre.

Lei gli ha appena dato un calcetto nel  sedere,
lui ride, ma  intanto finge di non averlo sentito. Lei ripete il gesto più forte , lui si
gira e le dice qualcosa.

La ragazzina  scoppia in una grossa risata e lo ricopre
con le briciole della focaccia  mezza masticata che hanno appena comprato da me.
Avranno si e no 15 anni. Lui si finge incazzato, ma poi deve smettere
perché è troppo anche per lui, e scoppia a ridere insieme a lei.

Riprendono il cammino, le mani si ritrovano come fossero dotate di una
loro intelligenza, questa volta svoltano l'angolo e se ne vanno.
Io resto li, al mio posto, come sempre.

A 15 anni si svoltano angoli, alla mia età i piedi sono
fusi nell'asfalto.  Chissà se mi staranno pensando.
Chissà se uno dei due avrà ancora
negli occhi la mia faccia stanca, vecchia, noiosa.

Magari no.

Magari pensano soltanto ad arrivare al motorino e andarsene
in qualche giardino al più presto; Via dal mio grigiore, dalla monotonia.
A quell'età la vita sboccia in ogni prato, su ogni panchina, su ogni sella di motorino
ogni minuto è buono per perdersi e non tornare più.

Devo rientrare, devo lavorare, devo preparare,
devo essere pronto per domani sera, devo farmi trovare
ancora qui, sulla porta, ad aspettarli.

giovedì 6 giugno 2013

Io, un viale assolato e un universo morente


Ti ricordi di Mirko? Si, quello mezzo pazzo che suonava
la batteria con noi nel primo complessino. Quello che si vantava
di averle provate tutte le droghe. Oggi  l'ho rivisto.
Sono passati 24 anni, sai? Non ci crederai ma è su una carrozzina.

Cazzo, in carrozzina capisci? No, non è paralizzato,
non ha avuto un incidente o quella roba lì. "Infermo" credo che si dice.
Non può più camminare per colpa dell'alcool. Dice che c'ha la flebite
e che forse gli devono tagliare anche una gamba.

 Io stavo viaggiando tranquillo col mio scooter nuovo di pacca e mentre
 ero fermo a un semaforo mi sento chiamare. Ti  giuro che se non mi diceva chi era
non lo riconoscevo mica. Ti ricordi i capelli che aveva? Ora son tutti bianchi. Anzi no, bianchi e
grigi che è anche peggio. E poi c'ha le mani tutte gonfie e spellate che sembrano
due grosse salsicce dimenticate al sole.

Insomma,  io stavo lì seduto sullo scooter  non volevo mica scendere
mi sembrava una cosa sbagliata ritrovarmelo davanti in quelle condizioni
e pensavo di tagliare la corda velocemente, invece lui non mi
mollava , voleva sapere di te e degli altri. Poi siccome gli dava noia
lo scarico del motore mi ha detto di spegnerlo, perché mi doveva dire una
cosa importante.

Allora son dovuto scendere e mi sono messo proprio davanti a lui sul marciapiede.
Credevo che era finita lì, che non poteva andare peggio la cosa e invece mi sbagliavo.
C'era una cosa  attaccata alla carrozzina, una busta di plastica con dentro della roba gialla scura.
L'ho vista, ma il mio cervello ha fatto finta di nulla, ma lui  ha visto che l'avevo vista e allora
mi ha detto che è la sacca per il piscio. Ha il tumore alla vescica, che però dice
che è partito dai polmoni per via delle sigarette, e che è facile che muore entro l'anno.

Era tranquillissimo, anzi c'aveva la faccia soddisfatta mentre mi parlava, e più
vedeva che ero in difficoltà e più che sembrava soddisfatto. C'aveva la sfacciataggine dello sconfitto,
di quelli che  non c'hanno più un cazzo da perdere dipinta in faccia.
Io gli ho detto che dovevo  proprio andare ora, che c'avevo un impegno e lui mi dice questa cosa
che mi ha proprio colpito. Che mi è sembrata davvero bella, e che m'e rimbombata nella testa tutto il giorno.
Ora te la ridico ma te la dico come posso,  non sono mica bravo come te con le parole.
 Insomma mi guarda e mi fa:
<<Non rimpiango nulla sai? In fondo  Il bello della vita è anche questo .
Non si possono fare le prove. Non esiste il soundcheck.
Uno va e si augura di aver preso la strada giusta.
 Anzi, quando si è  giovani non ci si augura proprio un bel niente,
 al massimo si accordano gli strumenti, tutto il resto s'improvvisa>>


mercoledì 5 giugno 2013

IL FRANCESE (un Racconto)

       


                              


                                                        "IL FRANCESE"
                                                                                                               
   Un giorno nella piccola compagnia, comparve un Francese. Girava voce che fosse amico di quello, parente di quell’altro. Nessuno però sembrava veramente in grado di dire con esattezza a chi si dovesse l’onore di quella presenza, e presto, i ragazzi,  smisero di domandarselo.
    “Un Francese” pensava Claudio incredulo osservando il nuovo arrivato seduto sulla sua vespa. “In carne e ossa” Provò piegando la testa ma il risultato non peggiorò, anzi, con quell’angolazione il ragazzo diventava ancora più interessante, adesso sembrava splendere addirittura, proprio come un diamante in mezzo ai vetri di bottiglia c’era poco da fare. Con le sue scarpette nuove di zecca, i suoi vestiti cosi diversi, pieni di colori sgargianti e coccodrilli costosissimi. Distese le gambe sul manubrio dopo essersi acceso una sigaretta, poi strizzando gli occhi per migliorare la messa a fuoco  continuò l’osservazione.
     Non che fosse una bellezza da far gridare al miracolo a essere sinceri, ma, i lunghi capelli castani ribelli, il sorriso aperto con una nota di mistero, le linee sottili e delicate del volto, e quell’espressione furbissima, in bilico tra l’incredulità e la meraviglia,  facevano pensare che presto il galletto lo sarebbe diventato.

    “Già son poche per noi” pensò schiacciando nervosamente  la sigaretta quasi intera sotto la scarpa  “e ora arriva anche questo con il suo carico di Savoir-Faire, Nonchalance e Bon ton a romperci i coglioni”
Tossì agitandosi violentemente per richiamare l’attenzione del gruppetto di ragazze che come tanti petali si erano già disposte in circolo a protezione del prezioso pistillo.  Riuscì per un attimo a incrociare  lo sguardo della bella Sara con la quale gli era parso stesse nascendo qualcosa , ma quell’attimo fu più che sufficiente a fargli capire che lui, con il suo volto tragicamente anonimo non aveva alcuna speranza di contrastare la bellezza esotica e fresca del Francese. La bella infatti dopo una lieve esitazione durata non più di una frazione di secondo tornò immediatamente a occuparsi della primizia. Claudio si sentì sfiorato da una profonda amarezza che aveva il sapore delle cose vecchie, passate di moda.
<<Dai vieni? Gianni sta già facendo le scelte>> disse Mirko arrivando di corsa con il pallone in mano.
<<ma chi è?>> chiese Claudio con voce schifata indicando con la testa il nuovo arrivato.
<<Boh, è un Francese>> rispose l’altro senza prestare troppa attenzione, contando i palleggi.
<<Si Grazie! lo so che è un Francese. Ma chi è? Con chi è?>>
<<Credo sia un cugino della Sonia. Lei disse una volta di avere parenti in Francia>>
Poi Mirko afferrando il pallone e guardando veramente per la prima volta quella sera  l’amico, con quegli occhi grigio chiaro sui quali le ragazze avevano ricamato chilometri di poesie, disse
<<Senti ma che te ne frega, eh? Dai andiamo sennò restiamo fuori!>>
  Claudio spostò allora l’attenzione sul bel volto dell’amico “Quanto ti ho odiato quel giorno al mare ” pensò guardandolo <<Entro a comprarmi un paio di Jeans>> aveva detto Mirko .  Ed era uscito così, con i Jeans già indosso. Perfetti. L’aveva odiato pensando ai suoi pantaloni che sparivano sempre almeno  una settimana e che subivano pesantissime modifiche prima di poter essere indossati.
<<ok, ok… andiamo>> rispose stancamente Claudio scendendo dalla vespa.
<<Senti ma>> attaccò Mirko a bassa voce  mentre camminavano fianco a fianco <<secondo te Ryu troverà la mamma  prima o poi?>> terminò la frase stringendo forte al petto il pallone,  quasi fosse un bambino.
    Claudio l’osservò incredulo sospirando stancamente  <<Ryu?>>
<<Si!>> rispose Mirko eccitatissimo<<Il cartone animato, sai?>>
<< Ma che ne so io>> rispose  scuotendo la testa sconsolato <<ma ti sembra il momento Mirko, dai >> aggiunse seccato accelerando il passo. L’altro, senza capire,  regolò l’andatura a quella del suo migliore amico.
     Il Francese, nonostante Claudio venne comunque presto accolto nella piccola compagnia, senza se e senza ma, con un certo entusiasmo da parte delle ragazze , che ai Francesi riconoscevano una vena di romanticismo più raffinata di quella degli Italiani, e un  minimo di fiducia a tempo determinato da parte dei maschi.
     Presto, in tutto il quartiere si sparse la voce dell’arrivo del ragazzo d’oltralpe. Per i giorni successivi, Jacques Bertrand da Montpellier,  giovane e introverso ragazzo dai tratti delicati, destinato alla bellezza, investito di un’aura del tutto involontaria di misticismo quasi divino, si ritrovò spogliato della propria  identità ,e divenne per tutti semplicemente; Il Francese.
      Per quanto gli Italiani si sforzassero di intensificare la potenza dei calci al pallone tentando di mantenere l’attenzione su di loro,  successe ben presto l’inevitabile; le ragazze iniziarono a fare capannello stabile intorno a Jacques lasciando desolatamente soli Claudio e i suoi amici.
      <<A me sembra finocchio>> disse un giorno con una nota di disprezzo nella voce Gianni ,guardando il gruppetto di ragazze in mezzo al quale spiccava in tutta la sua altezza il Francese
 <<Ma no>> rispose Claudio <<è diverso, per questo piace>> <<E’…>> passarono diversi secondi durante i quali cercò di aggiungere qualcosa d’interessante, ma il cuore assaporò la sconfitta osservando il Francese imbarazzato ma sorridente al centro del piccolo harem <<… Diverso>> disse nuovamente.
 <<Appunto, è un finocchio>> rispose bruscamente l’altro per tagliar corto, strappando il pallone dalle mani di Mirko.
        <<Si ma per te sono tutti finocchi>>
       <<La maggior parte, effettivamente>> rispose Gianni semiserio
      << Allora su, spiegaci come si fa a dimenticarsi una ragazza sugli spalti e andare a prendere una birra con dei maschi con i quali hai appena fatto la doccia insieme,  invece di andare con lei a fare “altro”?>>  disse  sorridendo all’amico.
<<Chi ti sei dimenticato?>>  s’intromise Mirko interessatissimo rivolgendosi a Gianni.
<<La Cristina, poveretta>> rispose subito Claudio vedendo che Gianni iniziava a prenderci gusto. La cosa evidentemente soddisfaceva il suo Ego e in silenzio lasciava volentieri a lui  l’onore di spiegare una vicenda che probabilmente l’avrebbe reso famoso tra i ragazzi del quartiere.
    <<Se l’è dimenticata, il “ganzino”. L’ha lasciata tutta sola a prender freddo  mentre lui era già in birreria con i compagni di squadra. Occhio, ho già visto il  babbo un paio di volte oggi,  qui intorno>>
<<No, troppo forte!>> Urlò  Mirko  congratulandosi con Gianni mollandogli una pacca sulla spalla. L’altro l’accolse con piacere, sollevando contemporaneamente palpebre e spalle in quella posa famosa  da menefreghista che era un po’ il suo marchio di fabbrica.

    Successe poi che una sera, quando anche i ragazzi avevano ormai da tempo abbandonato ogni velleità di resistenza ,e, appesi alla lirica di quella lingua così  bella ed elegante, così morbida e sofisticata, stavano cercando di far pronunciare al povero Jacques la parola “irrorare”,  un urlo lacerò l’aria . In un attimo si sparse la voce che un pedofilo abbastanza conosciuto del posto aveva cercato di adescare un ragazzo del quartiere. Tutti ,Claudio compreso, si gettarono immediatamente all’inseguimento, ma, inforcata la vespa per poco non cadde rovinosamente a terra quando il Francesino con tutto il peso del suo metro e settantanove , balzò ridendo  e urlando frasi incomprensibili sul sellino  posteriore.
     La parola “gay” non era ancora stata inventata e gli Italiani ci andarono pesanti con le offese. Mirko addirittura, superandoli con la sola spinta delle gambe , in onore del nuovo arrivato si mise a urlare <<FENOCC DE MERD! FENOCC DE MERD!>>E quella il Francese la capì benissimo perché iniziò a ridere a più non posso. Non acciuffarono nessuno, ma si divertirono da matti. Tornando verso le ragazze Claudio sorrideva segretamente osservando i suoi amici.    Mirko che per correre più velocemente  si era tolto le espadrillas e adesso gli ciondolavano in mano perché ancora non si era ricordato di rimettersele, impegnato com’era a salire e scendere dal marciapiede alternando i piedi.  Gianni che neanche durante l’inseguimento aveva mollato il pallone. E il Francese, leggermente indietro, che pur avendoci capito davvero poco stava ancora ridendo  a crepapelle.  La giornata,  sembrava iniziata cinquanta o sessanta ore prima, e ancora si rifiutava di terminare.
    <<Ti muovi?>> Il Francese aveva rallentato il passo e  faticava a stare accanto ai nuovi amici. <<Vite, vite!>> Disse nuovamente Gianni  spazientito <<Oh, ma che gli è successo?>> Un’ombra parve attraversare il volto perennemente assolato del Francesino, che piantato in mezzo alla strada li osservava  senza parlare. Le braccia abbandonate lungo i fianchi, i capelli sporchi di polvere, e il labbro inferiore decisamente sporto in avanti. Poi le mani coprirono il volto e il ragazzo iniziò a piangere, alzando e abbassando ritmicamente le spalle.
    Il primo ad accorrere fu Claudio ,che, poggiata una mano sulla spalla del nuovo  amico, in un Francese piuttosto buono iniziò a tempestarlo di domande. Sembrava      impossibile che in un paese bello e moderno come la Francia, dal quale arrivavano giovani gravati da un carisma simile a quello di Jacques, qualcuno potesse abusare di un ragazzo di sedici anni, eppure succedeva proprio questo in casa Bertrand. Suo padre lo faceva.
    <<Ma sei sicuro?>> chiese Gianni perplesso
<<Certo>> rispose stizzito Claudio <<Chi cazzo si inventa una storia simile>> disse, sentendo che le parole gli morivano in bocca, poiché il Francese finita la tremenda confessione era tornato arzillo e sorridente come prima, e ora era lui a trascinare con sguardi spazientiti i tre verso le ragazze.
<<Ma è qui da solo?>> domandò ancora Gianni visibilmente scettico.
<<No, è con la mamma. Stanno dalla sorella della madre, qui dietro mi ha detto >> rispose indicando il gruppo di alberi in fondo alla via.
     Si giunse poi alla fine del breve periodo di vacanza . Come succede quasi sempre a quell’età, dopo una breve sterile resistenza nei confronti di sconosciuti era arrivata l’amicizia. Semplice, incondizionata. Il Francese ci aveva messo del suo, con quella faccia da cretino sempre sorridente e quella bella risata , sonora, fragorosa, irresistibile.
     Sarebbero andati in Francia quell’estate,  loro tre. Era deciso. L’occasione era ghiotta, nessuno aveva mai messo piede fuori dal paese. Insieme all’amicizia era scattato anche qualcosa di più profondo. Ben nascosto dietro comportamenti tosti e autoritari i ragazzi adesso cullavano in gran segreto un sentimento strano, nuovo, troppo poco virile per poter essere confessato. Jacques Alla fine si era rivelato totalmente innocuo, le ragazze avevano perso presto interesse tornando a occuparsi di cose più serie. Dopo tutto i vecchi e cari vetri di bottiglia ci sarebbero sempre stati, ed era nei loro occhi che prendevano vita immagini di rassicurante quotidianità, tra palazzoni gialli e verdi, era negli sguardi dei “loro” maschi che le ragazze specchiavano  i loro volti,  e dove  brillavano di luce riflessa i loro futuri prossimi.     
     Alla stazione per fortuna c’erano soltanto loro tre a salutarlo. Dopo tutto allora, il mondo sarebbe continuato anche senza di lui. <<Bonsoir!>> Urlò Mirko mentre il treno iniziava a portarsi via la faccia sorridente del Francese
 <<Ma che c’entra scemo?>> Gianni era piegato in due dal ridere <<Vuol dire buonasera!>>
 <<Eh, ho fatto Inglese io >> rispose l’altro scrollando le spalle
 <<Ma voi l’avete vista la madre?>> Chiese Claudio pensieroso
<<Io si!>> rispose prontamente Gianni <<Era una bionda secca che stava dietro>> <<Boh, è Strano>> disse Claudio
 <<Ma Strano che? E’ tutto sempre strano per te, cazzo. Fatti meno problemi, Cristo santo >>
<<Che non ci abbia salutati. Strano, no?>> rispose Claudio.
<<Ma che ne sai? Magari l’ha fatto e non l’abbiamo vista noi. Mamma mia quanto rompi figliolo…sempre sospettoso di tutto! >> borbottò l’altro voltandosi verso Mirko, il quale,  risvegliato da chissà quale pensiero sorrise.
                                                    


                                                           FRANCIA

    Il taxi li lasciò di fronte all’ingresso di una grossa casa a due piani. Il viaggio   dalla stazione di Montpellier era stato piuttosto lungo, quindi adesso, con tutta probabilità si trovavano in periferia o addirittura fuori città.  <<JACQUES! JACQUES!>> Prese a urlare a pieni polmoni Mirko appena scesi dall’auto. <<Zitto!>> lo bloccò Gianni <<Che cavolo urli? Magari esce il padre e ci ammazza subito, cretino>> disse sorridendo nervosamente.
    Qualcosa si era mosso dietro la piccola finestra al piano superiore. Il movimento, seppur repentino, non gli era sfuggito. Un’ombra, qualcosa. Una strana sensazione iniziò a farsi strada giù, nelle viscere, una specie di subbuglio. C’era qualcosa di strano nell’aria intorno a quella casa. Claudio percepiva una sensazione strana, impalpabile, una cosa alla quale non riusciva a dare un nome. Era nell’aria, una forza, proprio sopra le loro teste, bastava alzare una mano e prend…
     <<BONSOIR!>>  La mamma di Jacques era una signora davvero “in carne” a voler essere carini.  I bottoni del vestito sembravano poter esplodere da un momento all’altro. Dalle maniche, che una volta forse erano state corte, (ma che adesso arrivavano a malapena sopra le spalle) spuntavano le braccia. Gonfie come prosciutti, di un bel colorito roseo, strizzate come insaccati all’altezza delle maniche. La signora era proprio grassa come un maiale, altroché.  Anche il volto, con il piccolo naso quasi completamente scomparso in mezzo alle guance, le labbra coperte da un pesante rossetto scuro, e  i piccoli occhietti scintillanti, aiutava a creare  un immagine d’insieme piuttosto grottesca. I capelli color amaranto poi ,sembravano proprio un pallone sgonfio appoggiato direttamente sul cranio. Insomma, la signora forse avrebbe addirittura messo paura a  un bambino di sette o otto anni, con quell’insieme di forme e linee inverosimili, ma sicuramente non a un ragazzo di sedici. Claudio fece un respiro profondo cercando di calmarsi,  poi in coda agli altri entrò in casa.
     <<JACQUES! ALLER EN BAS A VOS AMIS!>> urlò la donna <<Scusate eh. Dorme sempre fino a tardi >> disse poi rivolta ai tre ammiccando sorridente, in un Italiano impeccabile <<Ma lei è Italiana signora?>> chiese allora Gianni <<No!>> si schernì prontamente la signora, sollevando addirittura le mani << Mia sorella era sposata con un Italiano. Ho vissuto con loro diversi anni a Genova. Poi>> la donna fece una lunga pausa prima di riprendere << la guerra… >> i tre trattennero il fiato in attesa << me l’hanno ammazzata i fascisti, quei maledetti.>> terminò con la voce simile al sibilo di un serpente.
     Il Francese li stava osservando in cima alle scale. Aveva lo sguardo spento, non sembrava per nulla felice di vederli. Salutò appena con un cenno del capo , poi sparì nuovamente. <<Scusatelo, non ha molti amici. Vedrete che a tavola andrà meglio>> disse la madre presentandosi come , Signora Delcraux.
     <<Ma che avevi visto te? Non era secca e bionda?>> chiese  Claudio una volta rimasti soli in camera
<<Si, ma mi sarò sbagliato>> rispose a disagio Gianni << Boh, di sicuro non era lei>>aggiunse poi quasi senza pensare, fermo davanti alla finestra.  L’enorme prato dietro la casa aveva catturato tutto il suo interesse.
 <<Ma non ti sembra tutto un po’ strano? Cioè, intendevo>> S’interruppe di colpo  appena accortosi di essersi avventurato sopra un sottilissimo strato di ghiaccio. Riformulò la domanda cercando di trovare parole che non facessero nuovamente infuriare l’amico  <<Cioè, intendevo,  ti sembra tutto a posto? Hai visto che faccia che aveva Jacques?>> continuò Claudio gettando la valigia nell’armadio.
<<Si ma lo sai, è uno timido >> rispose l’altro con voce piatta e tranquilla . La conversazione non lo interessava affatto.
<<MIRKO?>> <<SI?>> urlò la voce sotto la doccia <<Ti sembra tutto a posto? Niente di strano secondo te?>> tra uno scroscio e l’atro la risposta arrivò chiara e allegra  <<IO SONO D’ACCORDO CON GIANNI>>
<<ma che cavolo c’entra questa ?>> chiese Claudio rivolto alle spalle dell’amico che sorrideva soddisfatto.
     La sera a cena le cose andarono anche peggio. Il Francese non partecipava assolutamente alla discussione, per di più, si era seduto lontanissimo. Se interpellato rispondeva semplicemente con veloci segni di assenso o di diniego del capo, sorrideva a malapena,  e il sorriso era sempre tirato , sforzato. Non c’era traccia del ragazzo allegro e spensierato del soggiorno Italiano . Quel ragazzo che con l’aria svampita e il bel sorriso sempre dipinto in volto, aveva conquistato un interno quartiere semplicemente ridendo.
     Il cibo era delizioso, la signora Delcraux ci sapeva fare in cucina. Aveva letteralmente conquistato il cuore  di Mirko e Gianni a forza di omelettes e patate. Gli sguardi di Jacques e Claudio si erano incontrati più volte nel corso della cena, e ogni volta, Jacques aveva immediatamente spostato gli occhi su qualcos’altro, profondamente scosso.
     Non era ancora stata servita la frutta che di punto in bianco il Francese,  accampata una scusa , se ne andò. Passati diversi minuti d’imbarazzo, nel silenzio assoluto, rotto soltanto dal biascichio continuo dei suoi amici , Claudio chiese rivolto alla signora Delcraux  <<Il padre di Jacques è fuori per lavoro?>> la donna strabuzzò gli occhietti sorpresa  <<Il padre?>> ripeté <<Strano. Davvero strano>> Claudio la guardava perplessa. Un sinistro presentimento gli si affacciò nella mente ancora prima che la signora riprendesse a parlare. Anche Mirko e Gianni ora la guardavano con la bocca spalancata <<Il Padre di Jacques è morto due mesi prima che nascesse>> disse poi. <<Ma che vi ha detto. Eh? Che vi ha detto quel mascalzone.>> Sorrideva la signora << Dovete avere un po’ di pazienza con lui, è un bravo ragazzo. Un po’ particolare, ma è un bravo ragazzo.>>il tono della voce intendeva sciogliere un po’ del gelo calato nella stanza, ma lo strano vizio della donna di far schioccare la lingua sul palato al termine di ogni frase peggiorava tutto.
    <<Che cazzo di storia è?>> i due non risposero <<Dico, ma che cazzo di storia e’?>>ancora nessuna risposta <<Ci ha fatto venire fin qui con la storiella del babbo, e ora viene fuori che  non esiste neanche?>>  Claudio era infuriato . Camminava nervosamente su e giù per la stanza mentre i suoi amici stavano seduti sul bordo del letto , gli occhi fissi sul pavimento
<<Almeno adesso sappiamo la verità>> disse poi con un filo di voce Gianni
<<E cioè?>> chiese bruscamente Claudio all’amico << Quale sarebbe la verità? Sentiamo, Einstein!>> aveva mollato gli ormeggi, che s’incazzasse pure.
 <<E’ finocchio per davvero>> disse Gianni sforzandosi di rimanere serio mentre gli occhi si riempivano di lacrime. Poi però quando incontrò lo sguardo di Mirko i due scoppiarono in una fragorosa risata.
<<Ah! Ma vaffanculo per favore, eh?>> Urlò Claudio sbattendo  la porta del bagno.
     Continuarono a ridere per un bel po’. <<Gli rompo il muso domani, mi sa che avevi ragione te>> disse Mirko alzandosi dal letto  <<poi ce ne andiamo>>. Gianni sollevò appena le spalle, nuovamente immobile davanti alla finestra affacciata sul grande prato.
      La mattina ,a colazione ,la Signora Delcraux informò i tre che lei e il figlio (Latitante. Non era neanche sceso per il momento) Sarebbero andati in città per un  paio d’ore a sbrigare una commissione. Si scusava tanto per la scortesia.  L’idea di restare un po’ da soli non dispiacque affatto ai tre. Dopo tutto, loro tre erano “loro tre” più una vecchia Francese. Tolta lei ,erano i soliti tre amici del quartiere,  in una terra sconosciuta,  con un immenso prato proprio dietro la casa.  La figura del Francesino, che si stava comportando da perfetto stronzo, esigeva una risposta forte e chiara. Non avrebbero lasciato che gli rovinasse la vacanza.
     <<Tu non vieni?>> domandò Gianni calciando il pallone contro il muro della casa <<Vado in bagno. Tutte quelle uova mi hanno fatto male. Cinque minuti e arrivo.>> rispose ridendo Claudio. <<Non ti cagare addosso! >> <<Ci proverò>Rimase a osservare i due camminare e parlottare, poi in tutta fretta rientrò in casa.
     Era addirittura più grande di quello che sembrava da fuori. Claudio contò almeno dieci stanze al piano terra, tutte chiuse a chiave, a parte la cucina e il bagno. Riusciva ancora a distinguere le voci degli amici fuori dalla casa,  i colpi del pallone contro il muro.  Terminata la breve ispezione gli occhi  si posarono sulle scale. A ogni scalino, i rumori e le voci degli amici calavano d’intensità. Giunto in cima, il silenzio assunse una fibra spessa, gli amici non erano più a portata d’orecchio. Era davvero solo adesso.  Anche qui Claudio contò almeno sette o otto stanze, tutte rigorosamente chiuse. Soltanto il bagno in fondo aveva la porta spalancata. Superò l’unica finestra del lungo corridoio provando una strana sensazione di freddo. A sinistra del bagno, c’era un’altra porta. Si aprì.
     Il buio gli corse incontro solleticando ogni centimetro di pelle. Un brivido freddo simile a un taglio netto l’attraversò dalla base del cranio  fino alle dita dei piedi. Ebbe la netta sensazione di essere osservato dall’oscurità <<Jacques?>> chiamò.
        Le dita tastavano frenetiche la parete, poi  finalmente lo trovò.
    Al ragazzo piaceva l’Heavy Metal. Appesi al muro Claudio riconobbe i poster dei Led Zeppelin, dei Judas Priest, e l‘inquietante mostriciattolo  mascotte degli Iron Maiden. Sul tavolo a sinistra, semisommerso dai libri, lo stereo. Nell’altra parete, dentro un bel mobiletto con ante in vetro  i dischi. La stanza era praticamente tutta qui. L’interruttore aveva acceso due abat-jour poggiate sui tavolini ai lati del piccolo letto, la luce era calda e viziata. Notò la tenda ma dietro non c’era nulla. La stanza non aveva finestra. Un cubo di cemento. Un sarcofago.  Il cuore iniziò a protestare, voleva andarsene il più in fretta possibile. Invece c’era la finestra. La serranda era abbassata, mancava la corda per aprirla (forse tolta di proposito?) ma c’era. Si era confuso.  “Calmati scemo” pensò. Stava per andarsene quando gli occhi si posarono sul quaderno giallo in terra accanto al letto.
     Entrò nella stanza, lo raccolse. Era scritto in stampatello, perfettamente leggibile. Claudio riuscì per sommi capi a capirne il senso. Il manoscritto (perché di quello si trattava, era scritto in prosa) narrava le gesta del giovane Jacques, dei suoi viaggi in Italia (più di uno) di come riusciva sempre a intrufolarsi tra i ragazzi del posto <<è  semplice in fondo , si fidano sempre tutti alla fine>> di come rendeva orgogliosa la mamma riuscendo a farseli amici e convincendoli , senza peraltro mai chiederglielo , ad andare a trovarlo a casa sua in Francia. <<Mamà>> Il diario/libro s’interrompeva a quel punto. Claudio lo rimise nella stessa posizione, poi se ne andò . Scendendo le scale mille domande gli affollavano la mente, ma,  appena tornarono udibili le voci degli amici, l’ansia prese scivolare via, insieme agli strani pensieri.
     A cena,  la sera, i loro sguardi s’incrociarono più di frequente. Il Francese aveva la disperazione dipinta negli occhi. Si Guardava intorno un attimo poi tornava subito a fissare il piatto. Silenziosissimo, con i polsi diligentemente poggiati sul tavolo muoveva appena la bocca per masticare. La signora si era data un gran daffare. Osservava soddisfatta i giovani ingozzarsi di patatine fritte e bracioline di vitella. A Claudio non sfuggì  il terribile momento di tensione tra madre e figlio. Quando lei, voltata la testa verso Jacques gli aveva riversato addosso uno sguardo pieno di  rabbia e disappunto. Il figlio, se possibile, aveva ulteriormente diminuito il ritmo della masticazione.  Come la sera precedente, appena prima della frutta,  balzò in piedi pronto ad andarsene. Anche Claudio si alzò <<Jacques…>>chiamò. Ma il Francesino, veloce come un gatto, era già in cima alle scale quando con un ampio gesto della mano salutò senza sorridere  i tre amici.
     <<Ah, lasciatelo andare. Domani, domani sarà meglio. Stasera ci parlo io>> disse la signora Delcraux. <<Piuttosto, che ne dite se domani andiamo tutti a fare una bella passeggiata per il centro? Montpellier è una gran bella città sapete? Oh certo, niente di paragonabile alla vostra, ma merita di certo una passeggiata>> disse poi, quasi scusandosi per l’involontario accostamento. Sembrava si fosse truccata ancora di più. Quella sera poi, tanto per peggiorare la situazione si era messa addosso un profumo orribile pensava Claudio guardandola disgustato. Un olezzo dolciastro e nauseabondo , che sembrava infastidire soltanto lui, gli altri due mangiavano che era un piacere.<<Ditemi cosa fanno i vostri genitori, forza!>> esclamò battendo le mani per ravvivare la conversazione.
<<Elettricista>> <<I miei hanno un negozio di Alimentari>> risposero in coro Gianni e Mirko <<E i tuoi?>> disse la signora rivolta a Claudio, strascicando volontariamente le parole. <<Mio padre fa il fornaio, la mamma non lavora>>
<<Oh! Il fornaio. Ma che lavoro carino.>> rispose la madre di Jacques battendo nuovamente le mani estasiata <<Avevo un fidanzato a Morgett, un fornaio>> poi piegata la testa in tono confidenziale, facendo l’occhiolino disse <<Era davvero bravo>> la lingua schioccò forte contro il  palato.
    <<Senti>> iniziò Gianni appena entrati in camera <<Ho parlato anche con lui >> disse indicando Mirko seduto sul letto con un fumetto in mano<<Se non cambia nulla, io domani me ne voglio andare a Parigi. Che ne dici?>>
Claudio fece cenno che era assolutamente d’accordo con la testa. Serissimo.
<<Che c’è? Oh, che hai?>> chiese Gianni leggendo l’inquietudine nei suoi occhi.
<<Niente, niente>> rispose Claudio fingendo indifferenza,  infilando subito in bagno senza neanche sapere perché.
   
     La mattina a colazione, come il giorno precedente ,la signora Delcraux informò i tre ragazzi dell’incombenza inevitabile della commissione. <<Ah, oggi però prometto che dopo andiamo tutti in città>> urlò alla piccola compagnia <<Dovete vederla quanto è bella la mia “Pellier”  Si… proprio bella, non ha niente da invidiare alle città Italiane, sapete?>>Nessuno rise o mostrò entusiasmo.  
     Lasciati andare gli altri due con la solita scusa Claudio imboccò nuovamente le scale per il piano superiore. Magari Jacques aveva scritto ancora.  Incuriosito dal freddo che la circondava, si avvicinò alla  piccola finestrella del corridoio. Scostando la tenda vide la strada , una porzione di collina, a ridosso della quale scorse la ferrovia, e un minuscolo agglomerato urbano composto da sette ,  forse otto case.  Sembrava il quadretto di un pittore dilettante.
   <<Mamà ha promesso>> la prosa era stata abbandonata << Deve smettere. Non è possibile,  non è … >> le dita di Claudio stringevano forte le pagine <<sono i miei  amici, i miei amici >> fu allora che lo sentì. Come una lieve carezza, come un’idea che arriva da lontano, un pensiero che abbatte barriere invisibili e arriva proprio di fronte a te. Da un altro mondo, eppure vicinissimo. Il profumo lo sfiorò appena, svanì subito, lasciandosi dietro una eco lunghissima, dolciastra, nauseabonda. Gettò a terra il libro e corse via.
    Dopo tre ore lasciavano la casa, il Francese, e  la Signora Delcroaux . Gli amici vedendolo scosso avevano accettato al volo l’idea di andarsene. La donna aveva protestato a lungo. Era arrivata a urlare qualcosa rivolta al figlio che immobile in cima alle scale osservava la scena.  Il viaggio in città, la sua adorata “Pellier” <<Mah,>> disse alla fine sconsolata scuotendo la testa. <<Les Italiens… >> ma si bloccò. Quando alla fine arrivò il Taxi i tre ci salirono sopra in gran silenzio. Nessuno aveva voglia di parlare, ognuno aveva i proprio pensieri da sistemare.
     Voltandosi a guardare per l’ultima volta la casa, Claudio la vide bella e soleggiata. Grande, moderna,  per nulla misteriosa come invece gli era parsa al loro arrivo. Non percepì alcuna forza né tantomeno riuscì a ricordarsi il perché dello stato d’animo angoscioso che il vederla per la prima volta gli aveva scaturito; Tutto sommato, una bella casa di periferia con giardinetto davanti e un prato immenso sul retro. Unica nota stonata, sulla bella facciata inondata di luce , risultava essere la finestrella al piano superiore. Pareva che il sole avesse ripudiato quella minuscola porzione di mondo, perennemente adombrata. Una macchia scura su un foglio bianco, un  pensiero triste in un giorno perfetto . Dietro le tende, fedele a uno strano  gioco di chiaroscuri attraverso il quale la finestra sembrava ingoiare la luce e trasformarla in buio, Claudio riconobbe la sagoma dello strano amico. Scura e confusa, come i suoi pensieri.